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Restart Project – riparare è meglio che buttare

di Evi Mibelli

Si fa un gran parlare di sostenibilità, di efficienza energetica e riciclabilità dei prodotti ma il tema della riparabilità resta un punto interrogativo: troppo spesso la spesa da sostenere è tale da rendere più conveniente sostituire. Per fortuna c’è chi sta cambiando questa realtà, dando voce alle esigenze di noi consumatori e alla tutela dell’ambiente.

Quante volte, di fronte a un frullatore, una radio, un Pc portatile o uno smartphone che smette di funzionare, ci domandiamo se ripararlo o comprarne uno nuovo? La domanda è lecita soprattutto se si pensa alla massa, in costante aumento, di rifiuti elettrici ed elettronici prodotti annualmente e conferiti nei punti di dismissione. E la declamata sostenibilità? Cosa c’è che non torna in questa bulimica corsa alla sostituzione anziché alla riparazione?

C’è quella che chiamiamo “economia usa e getta”, sostenuta da un sistema industriale che vive di obsolescenza programmata. Prodotti progettati per durare un tempo stabilito (in genere collegato alla garanzia), o non più supportati da sistemi operativi (nel caso di device elettronici) che generano impatto ambientale rilevante, spreco di materiali ad alto valore e, non ultimi, anche sfruttamento e diseguaglianze sociali che derivano da economie soprattutto estrattive – come le terre rare nei paesi del terzo mondo – indispensabili per il funzionamento delle batterie che muovono il mondo digitale.

Fondamentale, per garantire ai consumatori il diritto alla riparazione (Right to repair) vincolare l’industria a produrre oggetti il cui design consenta accessibilità e sostituzione delle parti non funzionanti (Foto by Pixabay ).
restart-project uomo che aggiusta smartphone

La partita da giocare è molto più articolata e si fonda sulla riparabilità e il riuso, non solo sulla riciclabilità dei componenti. Nel 2013 un giovane e italianissimo Ugo Vallauro, co-fondatore di The Restart Project, ong con sede in UK, ha deciso di affrontare questa distorsione facendo leva su tre punti interdipendenti: azione comunitaria, dati aperti e cambiamento delle politiche.

Cosa significa?

Il primo pilastro si basa sulla creazione di un ecosistema diffuso di riparazione. Se non avete mai sentito parlare dei Restart Parties o dei Repair Cafè, questo è il momento per scoprirli. Si sappia solo che ci sono oltre 650 gruppi di “Restarters”, distribuiti in 25 Paesi (in prevalenza europei) che dialogano e si attivano attraverso la piattaforma Restarers.net. È così che si creano nuclei di volontari che ciclicamente promuovono i Restart Parties, aperti a tutti coloro che vogliono ridare una seconda e terza vita ai propri oggetti. In Italia li incontriamo nelle principali città come Milano, Firenze, Bologna, Napoli, Roma, Torino, ma anche nelle cittadine di provincia (per avere info dettagliate clicca su Restart in Italia). Si tratta di eventi gratuiti in cui i volontari – ingegneri, informatici, tecnici – insegnano a chi partecipa a riparare i propri dispositivi elettronici ma anche altri oggetti d’uso corrente. Occasioni che generano socialità, competenze, riducono i rifiuti e rendono la riparazione una pratica accessibile e replicabile.

Due esempi di Restart Party organizzati nelle città di Firenze e Udine (immagini tratte dalle pagine social di Restarters Firenze e dal sito theconsciouslab.it a Udine): se vuoi sapere tutto sui prossimi appuntamenti in giro per l’Italia, clicca su The Restart Project.
manifesti-restart party

Come trovarli? Semplice. Frequentando i social la cui vera utilità si esplicita in queste iniziative, e digitando “Restart Party” o “Repair Cafe” nei motori di ricerca, inserendo poi la propria città o quella più vicina alla propria residenza. Appariranno elenchi di eventi, punti d’incontro, contatti e le modalità per partecipare.

Il secondo pilastro è una strategia di open data. In pratica le esperienze di riparazione maturate dai vari gruppi ne prevede la condivisione, oltre alla creazione di una base di scambio di informazioni sugli ostacoli alla riparabilità dei prodotti, utilizzata anche da ricercatori, imprese e decisori pubblici. Non a caso è attiva lOpen Repair Alliance, una rete di quasi 200 organizzazioni europee che, insieme a strumenti come Fixometer, ha raccolto quasi 200.000 record, cioè documenti e testimonianze.

Istantanee di alcune fasi di riparazione presso i Restart Party di Firenze e Milano.
fasi-riparazione-restart

Il terzo pilastro non meno importante è l’azione di policy change, ovvero creare le condizioni per l’adozione di nuove normative sulla riparazione dei prodotti elettrici ed elettronici, ponendo i produttori in una posizione di maggiore responsabilità. Grazie alla campagna Right to Repair – una coalizione di 180 organizzazioni presenti nei 27 Paesi Ue – è stata varata nel 2024 una direttiva europea che ha, tra gli aspetti più significativi, l’obbligatorietà di garantire per 10 anni la disponibilità dei pezzi di ricambio e rimuovere il vincolo a ricorrere solo ai customer care e ai servizi autorizzati esclusivi di marca. Questo per assicurare una giusta concorrenza ed evitare costi gonfiati tra diritto di chiamata, reperibilità del ricambio e manodopera. Ma anche per vincolare i produttori a progettare prodotti riparabili, cioè smontabili e facilmente accessibili in ogni loro parte costitutiva.

Quanti device elettronici, ancora oggi, non consentono nemmeno la sostituzione della batteria? E non si tratta di oggetti economici, ma spesso di prodotti di fascia alta. Questo paradosso riflette un modello più ampio: la cultura dell’usa e getta permea ormai ogni settore produttivo, rendendo urgente un ripensamento complessivo dei nostri modelli di consumo.

La Francia è pionieristica, avendo da tempo introdotto una legislazione che trasforma l’obsolescenza programmata in un reato penale: le aziende che progettano dispositivi destinati a guastarsi prematuramente affrontano multe e conseguenze legali severissime. È proprio sul piano legislativo, infatti, che si possono gettare le basi per un cambiamento strutturale. Un cambiamento che, oltre a ridurre l’impatto ambientale, apre nuove opportunità economiche legate alla riparazione, alla rigenerazione e alla manutenzione, contribuendo a costruire un sistema più sostenibile, resiliente e giusto.

Per capire il valore e l’utilità di queste iniziative, guarda il video realizzato da CESVOT Firenze e Toscana TV.

In copertina, nel 2024 i rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche (RAEE) è stato, in Italia, di 366.891 tonnellate, in rialzo rispetto al biennio 2022-2023 (Foto by freepik da magnific.com).

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