Un’intervista di Evi Mibelli a Marialaura Irvine, architetto, designer e creative director.
Ricerca, cultura progettuale e sperimentazione sui materiali sono i pilastri di una visione che interpreta il progetto come un processo capace di trasformare la materia in linguaggio e l’artigianalità in innovazione. Dalle radici napoletane alla guida dello Studio Irvine, Marialaura Irvine racconta un percorso in cui architettura, design e cultura del fare dialogano con rigore e sensibilità, dando forma a spazi e oggetti che custodiscono la memoria e immaginano il futuro.
“Ragazzi, rompete le righe”
Riccardo Dalisi
Niente è più forte delle proprie radici. Soprattutto se parliamo di Napoli e della sua indiscussa capacità di produrre cultura, creatività e visione. È qui, nella vivacissima Facoltà di Architettura, che Marialaura Rossiello Irvine asseconda la sua passione per il progetto, laureandosi con lode con Riccardo Dalisi. Una formazione, la sua, che ha attinto alla migliore scuola critico-storico e progettuale della seconda metà del ‘900, con figure come Cesare De Seta, Renato De Fusco, Aldo Rossi, Luigi Cosenza e lo stesso Dalisi.
Interno di casa privata. Progetto Architetto Marialaura Irvine. Photo © Natalia Garcia.

Con un simile background, muoverà da Napoli trasferendosi a Milano nel 2000 per seguire un master in Design strategico al Politecnico. Forte della sua formazione e di una personalità che non tarderà a emergere in tutta la sua originalità, entrerà nello Studio Irvine, fondato dal designer James Irvine, di cui assumerà la direzione a partire dal 2013 in seguito alla scomparsa del marito.
Paletta e scopino. Design Marialaura Irvine per Muji.

Un sodalizio professionale che ha saputo mantenere distinte due progettualità capaci di intrecciare idee e visioni senza tuttavia intaccare l’originalità del singolo.
“Ciò che ci accomunava è sempre stato l’amore per il rigore, la chiarezza, la ricerca nell’intento di rispondere al mercato in modo non convenzionale. Il fatto di avere competenze differenti – io architetto e James designer – ha giocato a favore della reciproca autonomia e anche della multidisciplinarietà dello Studio. Oggi all’attività di architetto affianco quella di designer di prodotto e/o di Creative Director per le aziende che intendono entrare nel mondo del design. Porto la mia esperienza per definirne strategie e identità. Negli anni ho collaborato – e collaboro stabilmente – con Mattiazzi, MDF Italia, Forma Cemento, MatteoBrioni, Muji, Thonet, Mohebban, Arper e altre realtà”.
A sinistra, “Throught the Thread – Embroidery as an Archietctural Act”, progetto che mette in relazione architettura, design e artigianato tessile, creando diaframmi che separano spazi. Dettaglio dello Studio Irvine di Via Moscova a Milano. Design Marialaura Irvine. Photo © Frank Stelitano. A destra, Pavè Carpet. Design Marialaura Irvine per Mohebban. Photo © Maria Tersa Furnari.

Lo Studio – il luogo di lavoro di Marialaura Irvine – è una sintesi perfetta della sua idea di architettura e di design. Lo spazio – ricavato nelle antiche stalle di un edificio ottocentesco – è studiato per definire prospettive differenti, giocando con aperture e chiusure temporanee – schermi visivi – creando all’occorrenza luoghi privati o comuni in una logica di movimento costante. La percezione è quella di un luogo accogliente, pacificante, riflessivo, luminoso (grazie a tre ampie vetrate con vista su una corte interna).
È camminare in mezzo alle idee, alle ipotesi, alle visioni che si concretizzano in materia.
In questo spazio del costruire – non solo fisico ma anche concettuale – la conoscenza dei materiali è la linfa stessa che definisce lo spazio, la sua percezione e il suo linguaggio.
I materiali indagati sono pensati in senso strutturale e non semplicemente decorativo. Così come la conoscenza delle caratteristiche tecniche dei materiali determina la possibilità, a livello industriale, di ridurre sprechi e lavorare nella direzione di una vera sostenibilità. La forma che deriva è la risultante di un processo di ricerca, non è mai il fine.
Pavè carpet, dettaglio della fase di studio e di ricerca. Design Marialaura Irvine. Photo © Maria Tersa Furnari.

“Sono interessata più al percorso che consente di indagare le potenzialità di un materiale, che non al risultato fine a se stesso. È spingersi oltre il convenzionale per aprire varchi inesplorati e offrire ai clienti nuove opportunità di sviluppo. E per me è stimolo a scoprire nuovi alfabeti da comporre nel progettare spazi e oggetti quotidiani”.
“Lavoro molto sulle superfici, le interpreto come luoghi dove prendono vita geometrie rigorose, rispettose delle caratteristiche dei materiali di cui sono fatte. Ma lavoro anche con un rigore che non è rigidità. Al punto da scompaginare convenzioni radicate: parlo, per esempio, del mosaico P-Saico dove le tessere non sono ortogonali ma disposte in modo casuale, interpretando quel “rompete le righe” così profondo di significato di Riccardo Dalisi”.
“Arrivo da una cultura classica, il rimando alla storia è parte del mio DNA. Sono cresciuta vicino ai siti archeologici più importanti del mondo – Pompei ed Ercolano – e per me restano fonti d’ispirazione. Contemporaneità della tradizione, la definirei. Questo spiega anche la mia attenzione all’artigianalità di altissimo pregio, come quella espressa dalla Fornace De Martino, con cui ho cominciato da poco a collaborare. Conoscere ed esplorare queste eccellenze del territorio – siamo nel salernitano – ti riporta alle radici, alla materia lavorata sapientemente da mani che vivono l’esperienza del fare e la bellezza dell’inatteso, dell’imperfezione che si fa parola e identità. Un confronto carico di responsabilità ma anche di bellezza da preservare, dandogli nuove opportunità di espressione”.
P-saico mosaic, pavimentazione. Design Marialaura Irvine.

Cosa sorprende e rende unico l’approccio progettuale di Marialaura Irvine è l’equilibrio che è capace di generare unendo materia, finitura, colore, spazi, volumi. Ha un approccio, a tratti radicale, fortemente innovativo e visionario. Ciò che la differenzia è la sua capacità di usare un tono di voce gentile, quasi sussurrato, che contrasta con la volgarità dilagante della sovraesposizione.
“Amo parlare sottovoce, mai impormi. Il che non significa non percorra scelte forti, semplicemente lo faccio con il garbo che si usa quando tocchiamo un bel tessuto, un oggetto di valore. Idee chiare, ma con gentilezza. L’uso del colore mai urlato, dai toni neutri ma caldi e avvolgenti, come pure la tattilità, la capacità della luce di dare vita alle superfici è per me motivo di ricerca. Uno spazio, un oggetto, un ambiente possono essere interpretati e dare risultati sorprendentemente diversi con la sola capacità di lavorare sulle superfici, le geometrie, i volumi, le opacità date dai materiali”.
“Amo lavorare con colori che riconducano alla terra, che definiscono anche i luoghi, le tradizioni, le origini. Il marmo, per esempio, con una superficie naturale non lucidata, consente di vedere la sua naturale bellezza, il passaggio delle persone che lo hanno toccato e le sue imperfezioni. Imperfezioni che poi sono ciò che rende unico quell’oggetto, lo spazio e i rituali di cui è testimone silenzioso. È un racconto. È un intreccio tra passato e presente. Qualsiasi cosa, dal mosaico al ricamo che diventa un motivo impresso sulle superfici – siano esse mattonelle o altro – tutto diventa storia, una storia carica di nuove visioni. Le tradizioni che si rinnovano, non si perdono. Restano testimoni del tempo che scorre, evolve e si propone in nuove forme. Io lavoro in questa direzione. Che è anche l’unica che può davvero mantenere viva la memoria. Diversamente l’oblio le cancella”.
“All’intelligenza artificiale – una tecnologia che sicuramente contribuisce ad alleggerire attività routinarie, garantendo maggiore spazio e tempo per la ricerca – va controbilanciata l’umanità del fare. Che è testimonianza dell’unicità espressa nel dettaglio, nell’errore (che tale non è perché esalta quella particolare venatura del materiale che stai usando), nel cambio repentino della direzione di ricerca, perché una difficoltà suggerisce sempre soluzioni non previste. L’inatteso è la grande occasione che viene data all’estro e alla creatività umana. E nulla può sostituirla”.
A sinistra, dettaglio di Lino table in marmo verde naturale non lucidato, per Marsotto. Design Marialaura Irvine. Photo © Alberto Strada. A destra, Paf Paf Chair. Design Marialaura Irvine per Mattiazzi. Photo © Studio AKFB.

E proprio sul tema dell’imperfezione Marialaura Irvine si è spinta sino alla provocazione. Radicale, appunto. La sedia per Mattiazzi – Paf Paf Chair – ne è dimostrazione. Se di norma si usa il poliuretano per le imbottiture – che ha il vantaggio di ritornare alla sua forma originale dopo l’uso – Paf Paf Chair propone seduta e schienale imbottiti di piuma riciclata. Una volta alzati, si deve ridare forma manualmente, a meno che non si desideri lasciare la propria impronta. In ogni caso, un piccolo rito che combatte un male contemporaneo: la distrazione. Paf Paf Chair chiede di scegliere tra uno stato e l’altro. Perché l’indifferenza non è ammessa.
In copertina, la Fornace De Martino a Rufoli di Ogliara (SA)





















