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Ripensare il design – oggetti che fanno infuriare

«Non si può comprendere il buon design se non si comprendono le persone: il design è fatto per le persone». Dieter Rams

Un sacchetto impossibile da aprire, un pannello del forno poco intuitivo, un coperchio che si perde: piccoli inconvenienti che diventano il punto di partenza per ripensare il design. Alla Biblioteca Gallaratese, una mostra, un workshop e sette prototipi raccontano come la frustrazione possa trasformarsi in un progetto più accessibile.

Dal 14 settembre al 3 ottobre la Biblioteca Gallaratese di Milano ospita una rivolta. Protagonisti, gli oggetti che ogni giorno ci fanno imbestialire. Quelli che prendiamo in mano senza pensarci, convinti che funzioneranno come sempre e che invece riescono, con una certa ostinazione, a complicarci la vita. Quante volte hai imprecato contro un apriscatole che non si apre, un cassetto che si incastra, un elettrodomestico con istruzioni che sembrano in un’altra lingua? Quella rabbia non è solo tua. Significa che qualcosa è stato progettato senza pensare davvero a chi lo usa.

DALL’IMPRECAZIONE ALLA (RI)PROGETTAZIONE

È proprio da questa consapevolezza che nasce Infuriating Objects (Oggetti che fanno infuriare), un progetto che porta al centro del design non tanto l’oggetto in sé, quanto l’esperienza di chi lo utilizza. Perché dietro a una confezione impossibile da aprire, a un comando poco intuitivo o a un gesto che richiede più forza del necessario può esserci qualcosa di molto concreto: un progetto che non ha tenuto conto della varietà delle persone, delle loro mani, dei loro movimenti, delle loro abitudini.

“Tappello” (di Cristina): tappo per il lavandino della cucina che permette di svuotare i residui senza toccarli. Photo © Voice Italia.
tappello svuotarifiuti lavandino

L’idea di un utilizzatore standard, del resto, è una semplificazione che nella vita reale funziona sempre meno. C’è chi ha una difficoltà permanente o temporanea, chi ha poca forza nelle mani, chi non vede bene, chi ha bisogno di riconoscere un comando attraverso il tatto. Ma anche chi, semplicemente, in quel momento ha le mani occupate, è stanco o si trova ad affrontare un gesto che dovrebbe essere semplice e invece non lo è. L’accessibilità, così, smette di essere un tema che riguarda soltanto “gli altri” e diventa una questione di buon progetto. Perché un oggetto pensato meglio può rendere più facile la vita a qualcuno che incontra una difficoltà specifica, ma spesso finisce per essere più comodo e intuitivo per tutti.

7 PROTAGONISTI PER 7 OGGETTI FRUSTRANTI

Dopo un’esperienza sviluppata nel Regno Unito, il progetto è stato portato a Milano da Voice Italia (impresa sociale che si occupa di longevità in salute), coinvolgendo sette cittadini – Alessandro, Antonio, Alessandra, Cristina, Giulia, Sizhe e Giancarlo – in un laboratorio di design partecipativo. Ognuno ha portato con sé un oggetto della quotidianità capace di farlo infuriare, non per lamentarsene, ma per chiedersi come avrebbe potuto funzionare meglio. Questi oggetti sono stati quindi reinventati con il supporto degli esperti in accessibilità dell’Accessibility Discovery Center (ADC) di Google Italia e del loro agente IA, Gemini. Le sette idee sono poi diventate modelli 3D grazie agli studenti di Scuola Cova, e infine prototipi reali, stampati in 3D dallo stesso ADC di Google Italia. La frustrazione, insomma, è diventata materia prima per progettare.

“Porta-molti-occhiali” (di Sizhe): una custodia unica per più paia di occhiali, salvaspazio e a prova di viaggio. Photo © Voice Italia.
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Sono nate così soluzioni molto diverse tra loro, ma accomunate dalla stessa attenzione verso chi dovrà utilizzarle. C’è un porta-rotolo per la pellicola in cera d’api a forma di alveare, dotato di un sistema di taglio integrato; un sacchetto biodegradabile progettato per aprirsi immediatamente; un pannello per il forno con icone in rilievo, riconoscibili al tatto e pensate per non sbiadire nel tempo.

“C’era una volta la pellicola… ora la Cera” (di Alessandro): porta-rotolo a forma di alveare per pellicola in cera d’api, con meccanismo a rotazione di taglio integrato. Photo © Voice Italia.
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E ancora un tappo per il lavandino che permette di eliminare i residui senza doverli toccare, un contenitore per il pranzo con un coperchio che non rischia di perdersi, una custodia capace di contenere più paia di occhiali e un valletto dotato di una pinza per raccogliere gli oggetti da terra.

TORNARE AL PRINCIPIO FONDAMENTALE DEL DESIGN

Sette piccoli problemi, sette risposte progettuali. Ma soprattutto sette modi diversi per dimostrare che il design dovrebbe sempre partire dall’ascolto. Non da un’idea astratta di perfezione, ma dall’esperienza reale di chi ogni giorno apre, chiude, sposta, solleva, cerca, tocca e utilizza un oggetto. Ed è questo il punto più interessante di Infuriating Objects: un buon progetto non dovrebbe chiederci di adattarci continuamente a lui, ma dovrebbe adattarsi a noi. Alle nostre mani, ai nostri movimenti, alle nostre necessità e ai cambiamenti che attraversano la vita.

L’invito all’inaugurazione della mostra “Infuriating Objects”. Photo © Voice Italia.
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La mostra è piccola ma potente, perché ci invita a guardare con occhi diversi anche gli oggetti più comuni. Quello che ci fa perdere la pazienza può diventare una piccola spia: ci sta dicendo che qualcosa potrebbe essere ripensato. E forse proprio quella frase che pronunciamo davanti a un cassetto ostinato o a una confezione impossibile – “Ma perché l’hanno fatto così?” – può essere l’inizio di una buona idea.

OLTRE LA MOSTRA, IL WORKSHOP

Infuriating Objects sarà visitabile con ingresso libero alla Biblioteca Gallaratese, in via Giacomo Quarenghi 21 a Milano, dal 14 settembre al 3 ottobre. Ma non è tutto. Sabato 24 ottobre, sempre negli spazi della biblioteca, torna infatti a coinvolgere direttamente il pubblico con un nuovo laboratorio partecipativo, che si svolgerà su due turni (15-17 e 17-19) e sarà l’occasione per entrare nel progetto non più soltanto come visitatori, ma come protagonist (per iscriversi, cliccare qui: voiceitalia.community). L’invito è semplice: porta con te la tua esperienza di frustrazione e prova a trasformarla in un progetto che faciliti i gesti quotidiani. E renda più leggera la vita.

In copertina, photo © Andre Hunter su Unsplash.

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