Shintaro-Monden-ritratto

La casa non è uno showroom – Shintaro Monden docet

di Roberta del Vaglio.

La rubrica “un mercoledì da designer” ci porta in Giappone, alla scoperta di MEDUM, lo studio guidato da Shintaro Monden, che mette le persone e le loro abitudini al centro di ogni progetto.

Dai dispositivi per l’ascolto alle sedie a rotelle, dai caschi realizzati con materiali riciclati alle lampade modulari, MEDUM affronta ambiti progettuali molto diversi, mantenendo un approccio coerente: partire dai bisogni delle persone per ripensare il rapporto con gli oggetti. Lo studio giapponese guidato da Shintaro Monden integra competenze che spaziano dal product design all’ingegneria, dalla ricerca alla comunicazione, trasformando vincoli tecnici e ambientali in opportunità creative. Alla Milano Design Week 2026, con il progetto Light is Shadow, ha esplorato anche le possibilità espressive della luce. Un metodo che mette al centro non solo la funzione, ma anche il modo in cui gli oggetti possono arricchire la vita quotidiana.

Light is Shadow è l’installazione portata da MEDUM alla Design Week 2026, nel distretto Tortona, dedicata alla ricerca sul rapporto tra luce e ombra. Photo courtesy of Medum.
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Come nasce il vostro percorso come studio? C’è stato un momento in cui avete capito che avreste voluto lavorare insieme sul progetto? E quanto ha contribuito la formazione di ciascuno di voi a definire il vostro approccio comune?

«MEDUM è nato come studio di product design, in linea anche con il mio percorso personale di designer di prodotto. Non c’è stato un momento preciso in cui abbiamo deciso di diventare uno studio multidisciplinare: il gruppo si è evoluto naturalmente, man mano che le questioni che ci veniva chiesto di affrontare diventavano più ampie. Questo cambiamento ha portato gradualmente nel gruppo persone con competenze diverse, dall’ingegneria al branding, fino alla ricerca. Siamo ancora uno studio relativamente piccolo, ma questo ci permette di valorizzare l’elevata specializzazione di ciascun membro e di formare i gruppi di lavoro in modo spontaneo, a seconda della natura di ogni progetto.

Le nostre discipline sono differenti, ma condividiamo la convinzione che il design non consista semplicemente nel migliorare la funzione o le prestazioni di un prodotto. Il progresso tecnologico è certamente importante, ma da solo non è necessariamente sufficiente ad arricchire la nostra vita. Vogliamo progettare in modo più completo la relazione tra le persone e gli oggetti, considerando il comfort, la bellezza e il significato che un prodotto può assumere nella vita di chi lo utilizza. I nostri percorsi e i nostri punti di forza possono essere diversi, ma condividiamo tre principi fondamentali: individuare l’essenza di un problema, passare continuamente dall’intuizione alla logica e mettere in relazione competenze differenti. Sono questi i principi che guidano il nostro lavoro quotidiano».

Il buon design entra nella vita di tutti i giorni quasi senza farsi notare. Secondo voi, quali sono le qualità che rendono un oggetto davvero capace di migliorare la quotidianità?

«Credo che un prodotto debba avere tre qualità: essere bello, facile da usare e ricco di significato. Condivido pienamente l’idea che un buon progetto possa entrare nella vita quotidiana quasi senza farsi notare. Questo vale soprattutto per la facilità d’uso. Un prodotto può essere preso in mano spontaneamente, compreso senza troppo sforzo e utilizzato senza interrompere il ritmo delle attività di ogni giorno. In questo senso, diventare quasi invisibile grazie alla semplicità d’uso è uno degli ideali del design.

Allo stesso tempo, penso che il design possa agire su di noi in modo molto più consapevole. Incontrare qualcosa di bello può arricchire il nostro stato d’animo. E quando comprendiamo la storia di un prodotto, oppure le idee e le intenzioni di chi lo ha creato, possederlo o utilizzarlo può assumere un significato più personale. La funzionalità può sostenere la nostra quotidianità, la bellezza può arricchire i nostri sensi e il significato può approfondire il rapporto con gli oggetti che ci circondano. Quando queste tre qualità si incontrano, un prodotto può rendere l’esperienza di ogni giorno più ricca e significativa».

Immagini dall’istallazione Light is Shadow. Photo courtesy of Medum.
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Nel lavoro di uno studio, idee e sensibilità diverse si incontrano continuamente. Come si sviluppa un progetto al vostro interno? E come riuscite a trasformare punti di vista differenti in una visione condivisa?

«La maggior parte dei nostri progetti nasce da un problema da risolvere. Naturalmente, il pensiero libero e la sensibilità individuale sono molto importanti, ma per quanto un’idea possa essere creativa, non può essere considerata design se non risponde al problema che ci troviamo ad affrontare. Per questo, all’inizio di un progetto dedichiamo molto tempo a capire quale sia davvero la questione fondamentale. Una delle mie citazioni preferite è dell’inventore americano Charles Kettering: «Un problema ben definito è già mezzo risolto».

Credo che questo sia particolarmente importante quando si lavora in gruppo. Ogni membro può avere intuizioni e idee differenti: anzi, penso che proprio questo renda il processo più interessante. Ciò che conta è condividere una comprensione chiara di quello che stiamo cercando di risolvere. Una volta definito l’obiettivo, ciascuno può affrontarlo da una prospettiva diversa e le idee iniziano naturalmente a convergere. Per me, una visione condivisa nasce dalla capacità di porsi insieme la domanda giusta».

Materiali, forme, tecnologia e sostenibilità: quale di questi aspetti guida maggiormente il vostro processo creativo oggi? E come riuscite a trovare un equilibrio tra esigenze e possibilità così diverse?

«Consideriamo materiali, forme, tecnologia e sostenibilità non come condizioni separate, ma come elementi che si influenzano reciprocamente. Idealmente, un’unica idea progettuale dovrebbe riuscire ad affrontare più sfide contemporaneamente. Light is Shadow, che abbiamo presentato durante la Milano Design Week di quest’anno, è un buon esempio di questo approccio. Si tratta di una serie di lampade realizzate con una sorgente luminosa OLED sottile come un foglio, capace di emettere una luce morbida e uniforme. Praticando dei tagli sulla superficie piana e ripiegandone o sollevandone alcune parti, creiamo forme tridimensionali. A seconda del disegno dei tagli, una stessa superficie può generare sagome ed effetti di luce e ombra molto diversi. Lo schema dei tagli è studiato per sfruttare il più possibile il materiale e ridurre gli scarti, mentre la tecnologia OLED consente un’illuminazione a basso consumo energetico.

Inoltre, poiché il prodotto nasce da una lastra sottile, può essere trasportato in piano, contribuendo a ridurre i costi di trasporto. Ci interessa il fatto che queste considerazioni ambientali non siano separate dalla forma o dall’esperienza del prodotto. La ricerca di una riduzione degli scarti genera una particolare struttura, mentre la sorgente luminosa sottile e delicata crea una relazione specifica tra luce e ombra. Invece di affrontare ogni vincolo separatamente, cerchiamo di sovrapporli e di capire se dalla loro combinazione possa nascere qualcosa di nuovo».

Un frame e un prototipo dell’istallazione Light is Shadow. Photo courtesy of Medum.
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C’è un oggetto della casa – anche il più semplice o sottovalutato – che avreste voluto disegnare voi? Perché proprio quello?

«È una domanda molto difficile. In un certo senso, gli oggetti domestici più semplici e meno appariscenti sono spesso quelli che sono stati perfezionati nel corso di un lunghissimo periodo e sono diventati presenze del tutto naturali nella vita quotidiana. Per me, questo è già un segno di design estremamente riuscito. Se dovessi scegliere, direi forse le stoviglie e le posate. A casa mia utilizziamo le bacchette per i piatti giapponesi, coltello e forchetta per quelli occidentali, ciotole per il ramen e piatti piani per la pasta. Ognuno di questi oggetti ha una forma maturata nel tempo, plasmata da una particolare cultura alimentare e da uno specifico modo di vivere. Credo che questa storia meriti rispetto.

Allo stesso tempo, il nostro modo di mangiare è cambiato profondamente. Vivendo a Tokyo, è del tutto normale mangiare riso a colazione e pasta a cena. Culture gastronomiche diverse convivono ormai naturalmente all’interno della stessa casa. Se ripensassimo alle stoviglie partendo da questo stile di vita contemporaneo, potrebbe forse nascere una nuova tipologia di piatti e posate, adatta a una cultura alimentare sempre più ibrida. Naturalmente, non è facile ripensare oggetti perfezionati nel corso dei secoli, e forse non dovremmo nemmeno cercare di sostituirli. Ma se partissimo dalle abitudini di oggi e riprogettassimo da zero gli «strumenti per mangiare», quali forme potrebbero emergere? Sarebbe una sfida difficile, ma molto interessante da esplorare».

Qual è l’oggetto che non può mancare nelle vostre case e che, magari in modi diversi per ciascuno di voi, racconta meglio il vostro modo di abitare?

«Amo l’illuminazione e per questo ho molte lampade in casa. Quando lavoro, utilizzo una lampada da tavolo con un’elevata resa cromatica, che mi permette di percepire i colori con precisione. All’estremo opposto, ho anche luci indirette pensate esclusivamente per creare una determinata atmosfera la sera. Per me è importante poter cambiare la qualità della luce in base all’umore o al momento della giornata. In questo periodo, la mia preferita è Tsumiki, una lampada che abbiamo progettato per ALESSI.

I suoi diversi elementi si collegano magneticamente, permettendo di modificarne la configurazione, la direzione della luce e il modo in cui si inserisce nello spazio. Posso appenderla alla parete quando leggo seduto in poltrona, collocarla accanto al letto come piccola luce notturna oppure riconfigurarla per illuminare le mani mentre svolgo un lavoro di precisione. Non ha un unico modo d’uso prestabilito: può cambiare a seconda di quello che sto facendo in quel momento. Credo che questo rapporto aperto e flessibile con un prodotto rispecchi il modo in cui mi piace vivere».

Lampada Tsumiki di MEDUM per Alessi. Photo courtesy of Medum.
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Shintaro Monden con la lampada Tsumiki disegnata per Alessi. Photo courtesy of Medum.
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Se doveste dare un solo consiglio a chi desidera arredare la propria casa con maggiore consapevolezza, quale sarebbe?

«Prima di pensare a cosa mettere in casa, credo sia meglio chiedersi come si desidera trascorrere il proprio tempo al suo interno. Quando pensiamo agli interni, è facile partire dagli oggetti e dagli stili: «Vorrei questa sedia», «Mi piace questa lampada» oppure «Vorrei le pareti di questo colore». Naturalmente, anche questo fa parte del piacere di arredare. Ma se proviamo prima a immaginare quale vita vorremmo vivere in quello spazio, potremmo scoprire di fare scelte diverse. Dove vorreste bere il caffè al mattino? Quale tipo di luce vorreste trovare tornando a casa? Dove vi piacerebbe leggere o ascoltare musica durante il fine settimana?

Provate a immaginare concretamente queste scene quotidiane. A quel punto, i mobili e gli oggetti di cui avete davvero bisogno inizieranno a essere più chiari, così come quelli di cui probabilmente potete fare a meno. Non credo che creare una casa ben pensata significhi collezionare tanti oggetti belli. Significa capire come si desidera vivere e scegliere ciò che può sostenere quel modo di vivere. È da questo processo che nasce, naturalmente, un ambiente davvero personale».

Completate questa frase: «Una casa è davvero in ordine quando…»

«Una casa è davvero in ordine quando le cose di cui abbiamo bisogno si trovano dove devono essere e la vita quotidiana può scorrere intorno a esse in modo naturale e senza sforzo. Quando sentiamo la parola “ordine”, possiamo immaginare una stanza in cui tutto è riposto con cura e perfettamente organizzato. Ma credo che ci sia una differenza tra una casa impeccabilmente ordinata e una casa in cui è la vita stessa a essere ben organizzata. Non c’è nulla di male nel lasciare sul tavolo alcuni oggetti che utilizziamo spesso, se per chi abita quello spazio è una disposizione naturale.

L’importante è poter raggiungere qualcosa spontaneamente quando serve e sapere dove riporlo una volta terminato l’utilizzo. Invece di costringere le persone a modificare le proprie abitudini per adattarsi agli oggetti che possiedono, gli oggetti e gli spazi dovrebbero sostenere il loro modo di vivere. Per riuscirci, forse dobbiamo anche conoscerci un po’ meglio: capire le nostre abitudini quotidiane, gli oggetti che utilizziamo più spesso e quelli con cui ci sentiamo a nostro agio. La casa non è uno showroom: è un luogo che accoglie e sostiene la vita di tutti i giorni. Per me, quindi, essere «in ordine» non significa avere tutto perfettamente sistemato. Significa che la relazione tra persone, oggetti e spazio è naturale e che chi abita la casa può sentirsi a proprio agio, senza avere continuamente la sensazione di dover riordinare».

MEDUM

In copertina, Shintaro Monden, fondatore dello studio Medum. Photo courtesy of Medum.

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