victor horta ritratto designer

Icone di Design – Victor Horta

di Evi Mibelli.

“Ogni cosa è una somma di dettagli, ma ogni dettaglio è utilizzabile se è pensato, disegnato e infine realizzato”.

Sul finire dell’800, il quotidiano austriaco Neue Wiener Tagblatt scriveva che mai, prima di allora in tutta Europa, era stato costruito un edificio così nuovo come la Maison Tassel, a Bruxelles, per mano del brillante e giovane architetto Victor Horta: «Nessun dettaglio è tratto da qualcosa che esisteva già». È il 1893 e questa residenza privata, in rue Janson, sintetizza in maniera mirabile la grande rivoluzione spaziale e figurativa che prenderà il nome di Art Nouveau.

A sinistra, Maison/Hotel Tassel, 1893. Foto di I. Karl Stas; a destra, Maison/Hotel Tassel, dettaglio della scala interna.
maison hotel tassel victor horta

Victor Horta nasce nella città fiamminga di Gand, il 6 gennaio del 1861. Figlio di un ciabattino – e non barone di nascita, come spesso è stato scritto – giovanissimo parte dalle Fiandre per approdare a Parigi, all’epoca teatro di grandi trasformazioni e culturalmente fucina di talenti e idee d’avanguardia. Qui ebbe modo di conoscere l’opera di Viollet le Duc e la rivoluzionaria tecnologia del ferro applicata all’architettura. Completerà la sua formazione all’Accademia di Bruxelles (1881) con Alphonse Balat, l’autore delle serre reali a Laeken, realizzate proprio in vetro, ferro e ghisa.

Rimane affascinato dalle potenzialità di questi materiali, al punto da rivoluzionarne l’impiego e la natura stessa dell’architettura sino ad allora prodotta. Intuisce come le strutture metalliche possano essere non solo soluzioni utili alla statica degli edifici ma parti integranti dell’estetica. Il risultato sono la massima libertà compositiva, la fluida suddivisione degli spazi, la robustezza strutturale e la leggerezza espressiva dell’insieme.

Fu il primo ad integrare le strutture in metallo (utilizzate fino a quel momento per le stazioni, i mercati coperti o le serre) nelle abitazioni private, aprendo gli spazi interni, sostituendo i muri divisori con esili colonne. Questo approccio progettuale bene rappresenta l’ascesa dell’alta borghesia industriale belga, traino economico della nazione, alla ricerca di un lusso confortevole e al contempo elegante.

A sinistra, Maison Autrique, in Chau. de Haecht 266, Bruxelles – Schaerbeek. Facciata, 1893. Foto di Ch. Bastin & J. Evrad MRBC; a destra, Maison Autrique, 1893. Dettaglio della scala in legno. Foto di Ch. Bastin 6 J. Evrad MRBC.
maison autrique victor horta

La Maison Tassel (1893), in Rue Janson, è a tutti gli effetti l’architettura manifesto dell’Art Nouveau (fortunatamente riportata alla sua originale sistemazione, nel 1985). Gli ambienti sono diversi in dimensioni e distribuzione; esiste una verticalità libera rappresentata dall’ingresso e dal soggiorno, che si trovano sfalsati di mezzo piano, e dalla scala principale posta a lato (anziché in posizione centrale come prevedevano i dettami neoclassici) coperta da un piccolo chiostro composto da pilastri e capitelli in ghisa, che sono elementi strutturali e al contempo elementi decorativi.

La loro forgiatura è tale da trasformarli in vere e proprie ramaglie vegetali. Infatti, Horta amava sottolineare: «Lascio il fiore e la foglia, e prendo lo stelo». A ragione lo storico Bruno Zevi riconosceva in Horta l’anticipatore di quella che venne definita ‘architettura organica’, il cui massimo esponente fu Frank Lloyd Wright.

A sinistra, facciata principale Maison/Hotel Solvay (1898), in Avenue Louise 81 a Louizalaan Bruxelles. Foto/Zinneke; a destra, portone d’ingresso della Maison/Hotel Solvay (1898). Foto di Steve Cadman.
maison hotel solvay victor horta

Tutto ciò che è plasmabile – il ferro, la pietra, il legno – sarà usato dall’architetto belga secondo un movimento a trazione circolare, che vede la sua genesi nell’uso combinato di motivi a spirale e sinusoidali. Nelle sue memorie, Horta afferma di essere ricorso alla linea curva e a serpentina per legare organicamente le diverse parti della sua architettura.

Non da meno sono i dettagli, che disegna minuziosamente fino all’ossessione, per assicurare coerenza semantica all’insieme e massima funzionalità. Parliamo di maniglie, serrature, cardini, campanelli, lampade, arredi, tessuti, radiatori, pavimenti a mosaico.

Nulla è lasciato al caso. Domina la linea hortiana, che plasma travi e pilastri per finire come decoro sulle pareti e i parapetti, proseguendo sino ai pavimenti che sembrano avviluppare i passi di chi vi cammina sopra. Non esistono mai bruschi cambiamenti, bensì il lento e vitale scorrere di una linfa che si insinua in innumerevoli direzioni, investe piani e superfici, confronta materiali tra loro differenti, modella la materia e la soggioga alla sua geniale creatività.

A sinistra, scalone centrale a ’tenaglia’ nell’atrio principale della Maison/Hotel Solvay. Frontalmente il quadro di Theo Van Rysselberghe “La Lecture dans le parc”. Foto di Brigade Piron; a destra, Maison/Hotel Solvay. Salone centrale. Foto di Brigade Piron.
interni maison hotel solvay

Non solo, anche il vetro assume una rilevanza fondamentale nell’opera di Horta. Combinato con il ferro lo si era già visto nei grandi Palazzi delle Esposizioni universali, ma ora entra trionfalmente nei palazzi privati insieme al bronzo, alla pietra e al legno. È così che la luce diventa linguaggio espressivo, scansione di spazi e di trasparenze tra ambienti diversi. Sfruttando peraltro la verticalità degli edifici, creando ‘pozzi di luce’ che inondano di colore gli spazi interni, grazie a magnifiche vetrate policrome.

Va sottolineato che ogni singolo aspetto è la risultante di uno studio profondo e mai puramente estetico. Concepisce le decorazioni non come elementi indipendenti e sovrapponibili all’architettura, ma esse “sono le membrature principali che, esaurito il proprio compito costruttivo, cercano un momento di libertà e di evasione fantastica”.

A sinistra, dettaglio della facciata Maison Victor Horta (oggi Museo Horta), 1898, in Rue Américaine 25, Bruxelles. Foto di EmDee; a destra, portone d’ingresso Maison Victor Horta/Museo Horta. Foto di Steve Cadman.
maison victor horta

Questo approccio al progetto diviene la cifra di tutta l’opera di Victor Horta, che si esprimerà in altre formidabili prove come la Maison/Hotel Solvay (1894), la Maison Van Eetvelde (1896), la Maison Horta (la casa/studio di Victor Horta, oggi Museo Horta), tutte recuperate, restaurate e divenute patrimonio dell’UNESCO.

Inoltre, la dialettica fra interno ed esterno espresse in modo magistrale nelle sue opere, anticipa le ricerche di Le Corbusier e di tutto il Movimento Moderno. In questo senso il suo capolavoro fu la Maison du Peuple (1896), commissionatagli dal Partito Operaio belga con la volontà di farne il simbolo di emancipazione sociale della classe lavoratrice.

A sinistra, sala da pranzo, Maison Victor Horta/Museo Horta, 1898. Foto di Paul Lewis/Musée Horta; a destra, dettaglio di una maniglia. Museo Victor Horta. Foto Oxyman.
museo victor horta

Qui l’uso del ferro e del vetro raggiunge la sua sintesi più moderna. Gli esili montanti in ferro ritmicamente scandiscono il motivo curvilineo della grande facciata e disegnano la partitura delle vetrate. Siamo di fronte all’anticipazione dei curtain wall di funzionalista memoria. In quest’opera l’Art Nouveau non rappresenterà più l’alta borghesia ma sarà espressione del disegno politico riformista, che animerà l’Europa alle soglie del ‘900.

Sono stato scelto perché volevano una casa alla mia maniera estetica e non per le mie idee politiche. […] Unanimemente i ricchi, gli operai, e i nuovi intellettuali, si trovarono d’accordo sul mio nome. Provai una bella emozione il giorno in cui una deputazione di tre delegati mi chiese di occuparmi del progetto. Il tema era interessante: costruire un palazzo che non fosse un palazzo, ma una vera casa in cui l’aria e la luce divenissero il lusso per tanto tempo negato ai tuguri operai.

Una casa dove avrebbero trovato posto l’amministrazione, gli uffici delle cooperative, gli uffici delle riunioni politiche e professionali, il bar, le sale per le conferenze destinate a diffondere l’istruzione; e per coronare il tutto, un auditorium per la politica e i congressi del Partito, e per gli svaghi musicali e teatrali dei membri”.

Maison Du Peuple, 1899. Facciata principale su Place Emile Vandervelde, Bruxelles.
maison du peuple victor horta

Quest’opera purtroppo (non fu l’unica di Horta) venne demolita nel 1964 sollevando pesantissime proteste e critiche in tutto il mondo dell’Arte e dell’Architettura internazionale. Restano sbiadite fotografie a raccontarne la complessità e la bellezza irrimediabilmente perdute. In età avanzata tornerà, architettonicamente parlando, a progettazioni più tradizionali.

I tempi erano cambiati e con la fine della Prima guerra mondiale anche l’orizzonte culturale aveva mutato obiettivi e visioni. Victor Horta morirà il 9 settembre del 1947, a Bruxelles.

Maison Du Peuple, 1899, foto d’epoca degli interni.
maison du peuple foto epoca

In copertina, Victor Horta (1861-1947) nello studio di Rue Américaine 27, a Bruxelles.

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